Il 2025 ha segnato una svolta epocale per l’economia globale. Per la prima volta nella storia moderna, il surplus commerciale della Cina ha superato la soglia psicologica del trilione di dollari, attestandosi in un intervallo compreso tra 1,189 e 1,23 trilioni di dollari. Un risultato senza precedenti, che non riflette soltanto la forza produttiva del Paese, ma soprattutto una profonda riorganizzazione delle catene commerciali globali, accelerata dalle tensioni geopolitiche e dal ritorno di politiche protezionistiche aggressive.
Un paradosso economico: export in crescita, import fermi
La struttura di questo surplus record si fonda su due dinamiche divergenti. Da un lato, le esportazioni totali sono cresciute del 5,5%, raggiungendo i 3,77 trilioni di dollari. Dall’altro, le importazioni sono rimaste sostanzialmente stagnanti, con una crescita prossima allo 0%.
Questa debolezza delle importazioni non è ciclica, ma strutturale, e deriva da tre fattori interni critici. Il primo è la crisi immobiliare, che ha ridotto drasticamente la domanda di materie prime come acciaio, rame e legname. Il secondo è il progresso nell’autosufficienza tecnologica, reso possibile dalla strategia Made in China 2025, che ha consentito di sostituire componenti e macchinari stranieri con equivalenti domestici, inclusi chip, robot industriali e macchinari avanzati. Il terzo fattore è la debolezza dei consumi interni, frenati da una disoccupazione giovanile intorno al 15% e da una persistente sfiducia delle famiglie, che ha penalizzato le importazioni di beni di lusso e prodotti esteri.
L’effetto “Trump 2.0” e il declino del mercato statunitense
Uno dei dati più rilevanti del 2025 è il crollo del 20% delle esportazioni cinesi dirette verso gli Stati Uniti. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la guerra commerciale ha subito una netta escalation, con tariffe effettive medie salite al 45–50% e picchi fino al 145% su specifiche categorie di prodotti.
Settori tradizionali come giocattoli, calzature e componentistica automotive hanno registrato contrazioni a doppia cifra. Tuttavia, l’impatto macroeconomico per Pechino è stato contenuto: l’export verso gli Stati Uniti rappresenta ormai solo il 2–3% del PIL cinese, riducendo significativamente la vulnerabilità del Paese a shock bilaterali.
La conquista del Sud Globale e la strategia della triangolazione
Per compensare il calo delle esportazioni verso il Nord America, la Cina ha accelerato la propria proiezione commerciale verso il Sud Globale, che oggi assorbe oltre il 50% dell’export cinese.
L’area ASEAN è diventata il principale hub commerciale, con scambi complessivi destinati a superare il trilione di dollari. Paesi come Vietnam, Malesia e Indonesia svolgono un ruolo chiave come piattaforme di assemblaggio finale per merci destinate a mercati terzi. Parallelamente, si è rafforzato il fenomeno della triangolazione commerciale: merci cinesi transitano attraverso Paesi come Messico e Vietnam per aggirare i dazi statunitensi. Emblematico il caso del Messico, che nel novembre 2025 ha registrato un aumento del 2.300% nelle importazioni di veicoli elettrici cinesi.
Anche l’Africa è diventata un mercato strategico, con esportazioni in crescita del 25,8%, trainate da veicoli elettrici, batterie e infrastrutture.
La rivoluzione dei “Nuovi Tre”
Il surplus commerciale del 2025 è stato sostenuto soprattutto dai cosiddetti “Nuovi Tre”: veicoli elettrici, batterie agli ioni di litio e pannelli solari. La Cina è oggi il primo esportatore mondiale di automobili, con oltre 6 milioni di unità spedite nel 2025.
Nel segmento delle batterie, aziende come CATL e BYD controllano circa il 69% del mercato globale, creando un vantaggio competitivo difficilmente colmabile nel breve periodo dai produttori occidentali. Anche comparti meno visibili ma strategici, come la cantieristica navale e i semiconduttori “legacy”, hanno registrato crescite superiori al 26%, contribuendo ulteriormente all’espansione dell’avanzo commerciale.
Tensioni internazionali e il rischio di un “China Shock 2.0”
L’enorme massa di prodotti esportati a prezzi competitivi ha riacceso il dibattito globale sulla sovracapacità produttiva cinese. Unione Europea, India e Brasile hanno iniziato a introdurre misure difensive per proteggere le proprie industrie. Gli analisti parlano sempre più spesso di un “China Shock 2.0”: a differenza degli anni 2000, l’impatto non riguarda più settori a basso valore aggiunto, ma comparti tecnologicamente avanzati come auto elettriche, batterie e rinnovabili.
Strategia valutaria e prospettive future
A rafforzare la competitività dell’export ha contribuito anche la svalutazione di circa il 10% del renminbi rispetto all’euro, che ha reso i prodotti cinesi più convenienti per i mercati europei. Parallelamente, Pechino sta accelerando l’uso della propria valuta negli scambi internazionali: nel primo semestre del 2025, il 53% delle transazioni commerciali è stato regolato in RMB, riducendo l’esposizione al dollaro e al rischio di sanzioni.
In prospettiva, mentre la Cina dichiara di voler perseguire una “crescita di alta qualità”, il suo enorme surplus commerciale resta al tempo stesso una fonte di stabilità interna e un fattore di frizione sistemica. La sfida per il 2026 e oltre sarà capire se Pechino continuerà a puntare quasi esclusivamente sull’export o riuscirà finalmente a riequilibrare il modello economico stimolando i consumi interni, riducendo così le tensioni con il resto del mondo.
