La liquidità di Berkshire Hathaway ha toccato un nuovo massimo storico: 382 miliardi di dollari tra cash e titoli del Tesoro a breve termine. Una cifra che rappresenta oltre il 30% del valore complessivo del conglomerato. È un segnale raro e potente: Warren Buffett – o meglio, la Berkshire nella sua fase post-Buffett, ormai guidata da Gregory Abel sul lato allocazione – sta trovando sempre meno opportunità di investimento a prezzi ragionevoli.
Con i Treasury decennali che rendono intorno al 4% senza rischio, il messaggio implicito è chiaro: invece di pagare multipli elevati per azioni sopravvalutate, Berkshire sta scegliendo sicurezza, liquidità e optionalità futura. È una strategia coerente con l’approccio storico di Buffett: quando i prezzi sono folli, si resta alla finestra e si incassa interesse.
Il parallelo con il 2005: la liquidità come segnale
Non è la prima volta che Buffett accumula contanti in modo così aggressivo. Nel 2005, Berkshire arrivò ad avere il 25% degli asset in cash: due anni dopo, il mercato entrò nella peggiore crisi dal 1929, e Buffett fu uno dei pochissimi con capitale sufficiente per comprare asset scontati a prezzi da saldo. Fu quello il momento che gli permise di fare mega-operazioni come Goldman Sachs, General Electric, Burlington Northern.
Oggi la percentuale è persino più alta – oltre il 30% – ed è impossibile ignorare il parallelismo. Non significa che Buffett stia “prevedendo il crollo”, ma che il rapporto rischio/rendimento del mercato azionario attuale non lo convince.
Il dato più rivelatore: Buffett non compra… nemmeno Berkshire
Un dettaglio che molti investitori sottovalutano:
-> da cinque trimestri consecutivi, Berkshire non sta riacquistando le proprie azioni
-> e ha venduto oltre 6 miliardi di dollari di equity solo nell’ultimo trimestre
Se Buffett non compra nemmeno Berkshire Hathaway – l’asset che conosce meglio al mondo – significa che non ritiene conveniente il prezzo attuale del titolo rispetto al suo valore intrinseco.
Il rapporto Price / Book Value è sopra la media ventennale: per Buffett, è un chiaro segnale di “non-bargain”.
Valutazioni a livelli estremi: non è solo Buffett a essere prudente
L’indicatore di valutazione più citato da Buffett, il Buffett Indicator (capitalizzazione totale del mercato USA / PIL USA) ha raggiunto il massimo storico. In parallelo:
- Il CAPE di Shiller dell’S&P 500 è a 40x, secondo valore più alto in 150 anni
- Il rally è concentrato in poche big tech (Nvidia, Microsoft, Apple, Meta, Alphabet)
- Le small e mid cap USA sono in stagnazione da 3 anni
Il messaggio è implicito: il mercato non è caro ovunque, ma è caro dove la maggior parte degli investitori è posizionata.
Perché Buffett preferisce oggi il 4% dei Treasury al 10% “potenziale” dell’azionario
Perché il 4% certo, liquido, senza leva e senza rischio di drawdown vale di più del 10% teorico in un mercato dominato da:
- multipli P/E storicamente elevati
- dipendenza da politiche monetarie accomodanti
- utili concentrati su 8 aziende
- aspettative irrealistiche sull’AI
È la differenza tra il rischio che non si vede e quello che si subisce.
Cosa significa per il tuo portafoglio? Lezione #1: la pazienza paga più della previsione
Non serve aspettarsi un crash imminente per prendere spunto da Buffett. Le sue mosse suggeriscono tre principi pratici:
- Diversificare davvero, anche fuori dagli USA e dai mega-titoli tech
- Evitare la leva, perché amplifica gli errori proprio quando il mercato gira
- Tenere liquidità, non come paura, ma come strumento di opportunità
In un mondo in cui tutti comprano perché “il mercato sale”, chi resta lucido è chi può comprare quando gli altri sono costretti a vendere.
Con i Treasury a breve che rendono ancora il 4%, il cash non è più un asset improduttivo: è un derivato sul futuro drawdown del mercato. Buffett lo sta dicendo senza dirlo.
