Donald Trump ha sempre puntato a trasmettere un messaggio di ottimismo economico e fiducia nei mercati. Secondo la sua visione, le previsioni di inflazione elevata rischiano di frenare consumi e investimenti, alimentando un clima di incertezza. Per questo, respinge le analisi che prospettano un rialzo dei prezzi, sostenendo che le sue politiche possano generare crescita robusta senza forti pressioni inflazionistiche.
Divergenze sulla causa dell’inflazione
Trump e i suoi alleati attribuiscono le spinte inflazionistiche a fattori come le politiche di spesa del governo precedente o a un eccesso di regolamentazione. Secondo lui, intervenire su questi elementi è la chiave per stabilizzare i prezzi. Le critiche verso gli economisti che prevedono inflazione alta derivano dalla convinzione che l’analisi economica sia influenzata da fattori politici e che le sue misure possano risolvere le cause alla radice.
Il timore della stagflazione
Un altro elemento che alimenta la polemica è la preoccupazione di Trump per la stagflazione, ossia l’unione di alta inflazione e bassa crescita. Secondo l’ex presidente, previsioni pessimistiche potrebbero innescare un effetto a catena: famiglie e imprese diventano più caute, la crescita rallenta e il rischio stagflazione aumenta. Per questo, minimizzare il rischio inflazione diventa anche un’operazione di politica psicologica.
La polemica con Goldman Sachs
Martedì, Trump ha attaccato direttamente Goldman Sachs, dopo che la banca aveva previsto un impatto inflazionistico dai nuovi dazi. Il presidente ha ironizzato sul CEO David Solomon, dicendo che dovrebbe “trovarsi un nuovo economista o concentrarsi sulla carriera da DJ”.
La replica di David Mericle, economista di Goldman, è stata netta: se i nuovi dazi seguono lo schema di quelli introdotti a febbraio, entro l’autunno i consumatori si faranno carico di circa due terzi del costo.
Il consenso tra le banche di Wall Street
Goldman Sachs non è isolata. Brian Rose di UBS ha sottolineato che la tendenza al ribasso dell’inflazione di fondo si è interrotta proprio mentre i dazi si riflettevano sui prezzi al dettaglio. Michael Feroli di JPMorgan Chase stima invece un impatto dell’1–1,5% sull’inflazione, parte del quale già visibile.
Questo consenso, però, non garantisce l’accuratezza delle previsioni. Basti ricordare che nel 2023 la maggioranza degli economisti prevedeva una recessione negli USA, mentre il PIL crebbe del 2,5%.
Il punto più controverso: il controllo sui dati
L’aspetto che fa discutere di più è l’interferenza politica nei dati economici. L’atteggiamento di Trump solleva dubbi sulla volontà di “addomesticare” i numeri ufficiali per sostenere la narrativa di un’economia forte e di prezzi sotto controllo.
La battaglia di Trump contro gli economisti non riguarda solo le cifre, ma la percezione pubblica dell’economia. In un contesto di dazi, tensioni commerciali e rischio stagflazione, il confronto tra visione politica e analisi tecnica si fa sempre più acceso — e sarà un tema centrale nel dibattito economico dei prossimi mesi.
