La rivalità tra Stati Uniti e Cina si è trasformata da scontro sui dazi a una vera e propria battaglia tecnologica, con i semiconduttori al centro. I chip di intelligenza artificiale rappresentano oggi non solo un mercato multimiliardario, ma anche un fattore strategico di supremazia economica e sicurezza nazionale.
La richiesta cinese: allentare i controlli sui chip HBM
Pechino punta a ottenere dagli USA un allentamento delle restrizioni sull’export di chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), essenziali per i processori AI di ultima generazione. L’argomento è stato posto più volte nei negoziati con Washington, in vista di un possibile vertice tra Donald Trump e Xi Jinping.
Gli HBM rappresentano circa la metà del valore complessivo di un chip AI, integrando memoria e logica in un unico pacchetto. Secondo l’amministrazione Biden, sono il “collo di bottiglia” principale per la Cina nello sviluppo di chip AI avanzati. Allentare i controlli significherebbe facilitare la produzione di milioni di chip l’anno da parte di aziende come Huawei e SMIC.
Le restrizioni USA e la frustrazione cinese
Dal 2022, Washington ha introdotto misure stringenti per limitare l’accesso della Cina a chip e attrezzature di produzione avanzata. Nel 2024, l’export di HBM verso Pechino è stato vietato, colpendo direttamente Huawei e SMIC. Anche il chip H20 di Nvidia, progettato per la Cina, è stato bloccato.
Ora, con Trump di nuovo al centro della scena politica, cresce il timore che i controlli possano essere ammorbiditi per ottenere concessioni commerciali.
Il caso Nvidia e il mercato dei chip da gaming
Parallelamente, Nvidia è finita sotto esame per la vendita in Cina di schede grafiche da gaming — i modelli 4090D e 5090D — pubblicizzate per usi AI nonostante non siano destinate ufficialmente a questo scopo. Alcuni report parlano di contrabbando di chip Nvidia per un valore di oltre 1 miliardo di dollari nel secondo trimestre.
Funzionari USA chiedono regole più severe e maggiore due diligence da parte di Nvidia, mentre l’azienda ribadisce che i suoi prodotti da gioco non richiedono licenze di esportazione e non sono un canale praticabile per produrre cluster AI su larga scala.
L’evoluzione del conflitto tecnologico
La disputa è iniziata sotto l’amministrazione Trump con l’imposizione di dazi su centinaia di miliardi di dollari di merci cinesi. L’era Biden ha mantenuto gran parte delle tariffe, ma ha spostato l’attenzione sul contenimento tecnologico, imponendo restrizioni all’export di macchinari avanzati (litografia, attrezzature ASML e Nikon) e inserendo aziende cinesi in liste nere commerciali.
Il CHIPS and Science Act ha stanziato miliardi per produrre chip in territorio USA, riducendo la dipendenza dalle forniture estere.
La risposta di Pechino
La Cina ha accelerato gli investimenti per raggiungere l’autosufficienza tecnologica, finanziando pesantemente la filiera nazionale dei semiconduttori e promuovendo l’uso di tecnologie domestiche. Ha inoltre adottato ritorsioni mirate e una politica di nazionalismo economico per ridurre la dipendenza da fornitori stranieri.
Impatto globale e riorganizzazione delle supply chain
La contesa sui chip ha un impatto che va oltre il commercio bilaterale. Sta accelerando il fenomeno del decoupling, con le catene di approvvigionamento globali che si riorganizzano per ridurre il rischio geopolitico. Le aziende devono affrontare un contesto normativo frammentato, maggiore incertezza sugli investimenti e tensioni crescenti tra i due poli tecnologici mondiali.
Conclusione
Il confronto tra USA e Cina sui chip HBM è il nuovo epicentro della competizione globale. Le decisioni prese nei prossimi mesi influenzeranno la leadership tecnologica, la sicurezza economica e l’equilibrio geopolitico per i decenni a venire.
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