Trump minaccia Giappone e Corea del Sud: “Vi manderò in recessione”. Ritorno allo spettro del protezionismo globale?

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Il contesto delle lettere tariffarie

Nel giorno della scadenza della sospensione dei dazi, il 9 luglio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ufficialmente inviato una serie di lettere a 12 paesi, inclusi Giappone e Corea del Sud, suoi storici alleati in Asia. Il tono delle comunicazioni è stato netto: offerte “prendere o lasciare” su nuovi livelli tariffari, con la possibilità che i dazi attualmente sospesi tornino in vigore, e vengano addirittura aumentati fino al 70% a partire dal 1° agosto 2025.

Lo scenario richiama inquietanti paragoni con il passato. Il riferimento implicito è alla famigerata Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, una delle cause che contribuirono alla Grande Depressione. Il titolo dell’articolo, ispirato ironicamente al Trio Lescano del 1939, segnala proprio questo paradosso storico: una nuova ondata protezionista in arrivo proprio mentre si teme una nuova crisi economica globale.

Perché Giappone e Corea del Sud?

Le due nazioni asiatiche rappresentano economie fortemente orientate all’export. Secondo la Banca Mondiale, nel 2023 le esportazioni hanno rappresentato il 22% del PIL giapponese e addirittura il 44% di quello sudcoreano. Le esportazioni di automobili, acciaio e componenti tecnologici verso gli Stati Uniti sono tra i settori più esposti. Le nuove lettere prevedono un dazio del 25% per entrambi i paesi, ma con la minaccia concreta di arrivare fino al 70% in caso di mancato accordo.

Rischi reali: la nuova trappola dei dazi

L’imposizione di dazi fino al 70% non è solo una provocazione diplomatica. Gli effetti potenziali sono gravi e concreti:

1. Aumento dei prezzi per i consumatori

I dazi si traducono in rincari sui beni importati. I settori più colpiti sarebbero l’elettronica, l’automotive e i prodotti alimentari, con impatti diretti sul potere d’acquisto.

2. Rischi per le aziende americane

Molte imprese statunitensi dipendono da componentistica estera. I dazi aumentano i costi, comprimono i margini e rendono meno competitive le aziende USA a livello globale.

3. Ritorsioni commerciali

Una risposta a catena è praticamente garantita. L’Unione Europea ha già pronte contromisure, e anche i paesi asiatici potrebbero rispondere con propri dazi sulle esportazioni americane.

4. Effetti macroeconomici

La combinazione di aumento dei prezzi, riduzione degli scambi e blocchi alle supply chain rischia di rallentare la crescita mondiale. Il Fondo Monetario Internazionale ha già lanciato l’allarme su una possibile perdita di trilioni di dollari in PIL.

5. Pressioni inflazionistiche

In un contesto già segnato da instabilità e rialzi dei tassi, nuovi dazi avrebbero effetti diretti sull’inflazione statunitense, con possibili ripercussioni anche sulle scelte della Federal Reserve.

Uno scenario reversibile, ma ad alto rischio

Come sempre con Trump, lo scenario può cambiare all’ultimo. Una “inversione a U” è possibile, se non probabile. Ma nel frattempo, Giappone e Corea del Sud, insieme a tutta l’economia globale, restano sospesi nel limbo dell’incertezza. La nuova grande crisi potrebbe cominciare proprio da qui.

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Roberto Contini
Roberto Contini
Operante nel settore investimenti da più di 30 anni, socio fondatore della Società Italiana di Analisi Tecnica, affiliata all’IFTA dal 1988, ha ricoperto ruoli da analista tecnico e fondamentale in Italia e all’estero ed è stato per 15 anni Responsabile Investimenti prima e successivamente Responsabile Area Advisory in Banca Intermobiliare d’Investimenti e Gestioni (BIM). Skills : Asset allocation, analisi tecnica e fondamentale, Macro View, stock picking

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