Il presidente Donald Trump ha nuovamente alzato i toni contro il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, dopo la pubblicazione del rapporto ADP di maggio, che ha registrato solo 37.000 nuovi posti di lavoro nel settore privato. Una cifra drammaticamente inferiore alle attese di 110.000, e la più bassa da marzo 2023.
Il dato, diffuso due giorni prima dei più attesi Non Farm Payrolls (NFP), previsti con un consensus di 125.000 nuovi posti di lavoro, ha riacceso il dibattito su un possibile taglio dei tassi. Ma la FED sembra intenzionata a rimanere ferma.
Trump ha attaccato Powell definendolo ancora una volta “Troppo tardi”, il soprannome che utilizza per indicare l’incapacità – a suo dire – del banchiere centrale di agire tempestivamente. Il presidente continua a insistere per un taglio dei Fed Funds, anche a costo di mettere in discussione l’indipendenza della banca centrale.
Scontro aperto tra Casa Bianca e FED: lo scenario si irrigidisce
Lo scontro Trump-Powell è iniziato subito dopo le presidenziali e non accenna a ridursi. Il 7 novembre 2024, Powell aveva ribadito che sarebbe rimasto in carica fino alla fine del suo mandato (maggio 2026), sottolineando il principio costituzionale dell’indipendenza della Fed dal potere esecutivo.
Ma le tensioni si sono intensificate dopo un incontro privato alla Casa Bianca. Trump ha accusato Powell di “mettere l’America in svantaggio rispetto a Cina e altri Paesi”, mentre Powell ha ribadito che “le decisioni sui tassi devono essere basate su dati oggettivi, non sulla politica”.
Nonostante il dietrofront di Trump ad aprile (“nessuna intenzione di licenziare Powell”), i toni restano accesi. Alcuni osservatori non escludono che un nuovo mandato presidenziale possa riaprire anche questa partita.
Perché la FED non taglierà i tassi al FOMC del 17–18 giugno
Nonostante la debolezza dei dati sul lavoro, la Federal Reserve non sembra intenzionata a modificare i tassi di interesse nel prossimo FOMC. Dopo l’ultimo taglio di dicembre, il tasso sui Fed Funds è fermo tra il 4,25% e il 4,50%.
Secondo le minute pubblicate a fine maggio, il Comitato attende maggiori certezze sull’inflazione, sulla crescita economica e sulle politiche fiscali. Il dato PCE, termometro chiave per la Fed, è ancora troppo elevato: 3,5% contro il target del 2%.
C’è inoltre preoccupazione sul deficit e sulle eventuali reazioni del mercato obbligazionario. Un peggioramento delle prospettive fiscali potrebbe spingere la Fed a intervenire con misure straordinarie, come QE mirati o un “operation twist” per sostenere i rendimenti dei Treasury Bonds a lunga scadenza.
Il nodo fiscale: dazi in entrata e “Big Beautiful Bill” rischiano di annullarsi
Nel frattempo, un’analisi del Congressional Budget Office (CBO) ha acceso i riflettori su un paradosso fiscale.
Da un lato, i dazi introdotti da Trump (fino al 30% su Cina e Hong Kong, 25% su Canada, Messico, auto, acciaio e alluminio) porteranno 2.500 miliardi di dollari in meno di deficit nel prossimo decennio.
Dall’altro lato, la proposta del GOP “Big Beautiful Bill” aggiungerebbe 2.400 miliardi di dollari di nuovi deficit nello stesso periodo.
La somma delle due manovre si neutralizza, ma gli effetti economici non sono simmetrici. I dazi sono percepiti come una tassa sui consumatori finali, riducono la domanda interna e compromettono la produttività, destabilizzando le catene logistiche delle aziende.
Secondo il CBO, le conseguenze macroeconomiche dei dazi saranno quantificate in un secondo report, ma il rischio già ora è una fuga dal mercato dei Treasury, con impatti su tassi reali e fiducia globale nella solvibilità americana.
La FED osserva (per ora): ma si prepara a possibili interventi straordinari
In questo contesto, la Federal Reserve sembra adottare una strategia attendista, ma il suo margine di manovra si sta assottigliando.
Tra:
- le pressioni politiche crescenti,
- un possibile rallentamento economico,
- e il mercato obbligazionario in fibrillazione,
la probabilità di interventi non convenzionali aumenta. Lo stesso Powell, secondo quanto trapelato, non esclude l’uso di strumenti straordinari in caso di instabilità sui mercati primari dei Treasury.
Nel nostro articolo del 22 maggio (link: Crisi del mercato obbligazionario e possibile QE), abbiamo anticipato alcuni degli scenari possibili: acquisti mirati di obbligazioni a lunga scadenza, oppure una riedizione dell’“Operation Twist” in stile 2011.
Conclusione: tassi fermi, scontro politico e rischio Treasury
Il quadro è complesso. I dati deboli sul lavoro spingerebbero per un allentamento monetario, ma l’inflazione e i timori sul deficit USA frenano ogni mossa.
Lo scontro Trump-Powell rischia di destabilizzare ulteriormente i mercati, soprattutto se le pressioni politiche continueranno a crescere. Nel frattempo, la FED osserva. Ma potrebbe essere costretta ad agire più in fretta di quanto dichiarato.
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