Con l’aumento delle tariffe doganali imposto da Trump, molte aziende stanno ricorrendo a una pratica poco conosciuta ma del tutto legale: la tariff engineering. In sostanza, si tratta di modificare leggermente un prodotto o la sua classificazione doganale per farlo rientrare in una categoria con dazi inferiori o addirittura esenti.
Esempi concreti? Un cappotto classificato come giacca a vento, oppure delle scarpe etichettate come pantofole. Operazioni che possono sembrare marginali, ma che permettono di aggirare parzialmente i dazi e difendere i margini di profitto delle imprese esportatrici. Tuttavia, sebbene utile nel breve termine, questa strategia non potrà evitare gli effetti strutturali delle barriere tariffarie imposte dagli Stati Uniti.
Cos’è la Tariff Engineering e perché è legale
La tariff engineering è una pratica consolidata, risalente addirittura al 1882, quando un importatore statunitense riuscì a evitare dazi sullo zucchero chiaro ricoprendolo di melassa. Da allora, questa tecnica è entrata a pieno titolo nel vocabolario delle strategie aziendali. Consiste nel modificare i materiali, le dimensioni o la composizione di un prodotto in modo da rientrare in codici di classificazione tariffaria più favorevoli.
Negli Stati Uniti, il sistema doganale si basa su oltre 5.000 codici di classificazione, che definiscono aliquote specifiche per ogni tipo di prodotto. La Corte Suprema ha confermato la legalità della pratica, a patto che le merci siano dichiarate correttamente e siano accessibili alla dogana per le verifiche. In altre parole, non è frode: è progettazione fiscale.
Gli USA lo sanno, ma le scappatoie restano
Molte delle nuove tariffe doganali del secondo mandato Trump sono state applicate con margini di flessibilità. Alcuni prodotti sono stati esentati dai dazi per favorire determinati settori produttivi o alleati geopolitici. Questo ha lasciato spazio alle aziende, spesso con il supporto di avvocati doganali e uffici legali interni, per ripensare le schede tecniche e il packaging dei prodotti.
Un esempio? Alcuni produttori esteri hanno iniziato a integrare acciaio o alluminio nei loro prodotti in modo da rientrare in categorie meno tassate. In alcuni casi, bastano minime modifiche per cambiare completamente la voce doganale e accedere a una tariffa ridotta o nulla. Tutto legale, tutto documentabile. E, soprattutto, largamente praticato.
Ma la Fed avverte: l’inflazione è solo rinviata
Nonostante queste “manovre tattiche”, il presidente della Federal Reserve Jerome Powell ha messo in guardia: gli effetti reali dei dazi si faranno sentire nei prossimi mesi. La data chiave è il 9 luglio, quando scatteranno i dazi reciproci USA-Cina su moltissime categorie merceologiche. Secondo Powell, l’aumento dei prezzi è inevitabile, anche se oggi sembra contenuto per via di scorte preesistenti.
La catena di distribuzione agisce con ritardo: i prodotti ora nei negozi sono spesso stati importati prima dell’introduzione delle nuove tariffe. Ma quando i nuovi carichi, più costosi, inizieranno ad arrivare, il prezzo finale per il consumatore aumenterà, riflettendo il maggiore costo a monte. La Fed teme che questi rincari possano compromettere il calo dell’inflazione, rendendo più difficile procedere con i tagli dei tassi di interesse.
Rallentamento industriale: dazi e approvvigionamenti sotto pressione
Oltre all’inflazione, c’è un secondo effetto meno visibile ma altrettanto pericoloso: il rallentamento della produzione industriale. Le aziende americane, soprattutto manifatturiere, iniziano a soffrire per la scarsità di componenti intermedi, molti dei quali importati da Paesi ora colpiti dai dazi.
Gli ultimi dati macroeconomici confermano questa tendenza: l’indice Empire State Manufacturing, le vendite al dettaglio e la produzione industriale di maggio hanno mostrato segnali chiari di raffreddamento dell’economia. La strategia tariffaria di Trump, quindi, rischia di avere un impatto doppio: inflazione al consumo e freno alla crescita, due elementi che complicano la missione della Fed.
