I mercati finanziari si sono svegliati in modalità risk-off dopo che Israele ha lanciato un attacco aereo mirato contro l’Iran, colpendo il sito di arricchimento nucleare di Natanz e figure chiave del programma missilistico di Teheran. L’operazione, condotta senza il sostegno degli Stati Uniti, ha fatto balzare i future sul petrolio del 10%, portando il WTI a 74,64$ (+9,66%) e il Brent a 75,79$ (+9,27%), livelli che segnano uno dei maggiori rialzi giornalieri degli ultimi anni.
L’incremento complessivo da fine maggio supera ora il +20%, con i mercati che iniziano a prezzare uno scenario di escalation militare duratura.
Escalation in corso: Israele avverte che l’operazione non è conclusa
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che l’offensiva “proseguirà fino alla completa rimozione della minaccia nucleare iraniana”. Fonti interne confermano che l’attacco ha causato la morte del comandante delle Guardie Rivoluzionarie Hossein Salami, un’escalation che rischia di provocare ritorsioni pesanti da parte di Teheran.
Nel frattempo, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato lo stato di emergenza speciale, mentre il Pentagono ha confermato che gli USA non sono coinvolti, ma si preparano a proteggere le proprie forze nella regione, secondo quanto affermato dal Segretario di Stato Marco Rubio.
I mercati temono il blocco dello Stretto di Hormuz
L’eventualità di una chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 30% del petrolio mondiale, riaccende il timore di uno shock energetico globale. Il messaggio lanciato dall’Iran è chiaro: se colpito, risponderà non solo con attacchi militari, ma anche con armi economiche.
Un’escalation nella regione comprometterebbe:
- Le esportazioni di petrolio di Arabia Saudita, Qatar, Emirati.
- I piani di Trump per mantenere il petrolio sotto i 50$ al barile.
- Le probabilità di un taglio dei tassi da parte della Fed, che ieri appariva più vicino dopo i recenti dati sull’inflazione.
Dati USA deboli, ma l’energia rischia di cambiare tutto
Ieri, il Producer Price Index (PPI) USA di maggio ha mostrato un incremento mensile dello 0,1%, inferiore allo 0,2% atteso, e confermando il trend di rallentamento visto anche nel CPI di inizio settimana. La combinazione ha migliorato temporaneamente il sentiment e favorito un calo nei rendimenti obbligazionari, sostenendo gli indici azionari.
Tuttavia, l’effetto positivo potrebbe svanire rapidamente se:
- I prezzi dell’energia continueranno a salire.
- L’inflazione da energia inizierà a pesare sui dati dei prossimi mesi.
- La Fed vedrà compromesso il proprio margine di manovra.
L’S&P 500 in bilico: livelli tecnici da monitorare
L’indice S&P 500, reduce da un rally avviato tra il 7 e 9 aprile, oscilla ora tra 6000 e 6050 punti. Il petrolio ha raggiunto l’area critica di 74–75$ sul WTI, ovvero il limite superiore di un canale discendente plurimensile.
Per gli analisti tecnici, i livelli chiave da osservare sono:
- 5920: supporto di breve, una chiusura sotto questo livello segnerebbe un primo segnale di inversione.
- 5765: livello pivot decisivo per definire il trend di medio termine.
Un ribasso del petrolio potrebbe favorire un nuovo rally, ma un’ulteriore fiammata verso 80–85$ potrebbe compromettere la stabilità dell’azionario USA.
Cosa possono fare ora i grandi produttori?
Nel nuovo contesto, Arabia Saudita resta l’unico player in grado di condizionare i prezzi globali. Riyadh potrebbe decidere un aumento della produzione, ma l’efficacia di questa mossa è subordinata a un accesso sicuro alle rotte marittime.
Le alternative:
- Gli USA potrebbero attingere allo Strategic Petroleum Reserve (SPR), ma restano dubbi sul livello delle riserve dopo i prelievi del biennio 2022–2023.
- I produttori di shale oil americani potrebbero aumentare l’offerta, ma con tempi tecnici più lunghi.
- Nessuna opzione, però, può compensare un blocco prolungato di Hormuz.
Conclusione: rischio geopolitico e Fed più cauta
I mercati devono ora fare i conti con una nuova variabile: la geopolitica energetica. Se la guerra silenziosa tra Israele e Iran dovesse trasformarsi in un conflitto aperto:
- Il prezzo del petrolio potrebbe volare oltre 90$.
- L’inflazione USA verrebbe colpita da un nuovo shock esogeno.
- I tagli dei tassi della Fed sarebbero rinviati a data da destinarsi.
In breve, un crollo dell’ottimismo macro che potrebbe rimettere in discussione anche la resilienza dell’S&P 500. Il mercato guarda ora alle prossime ore con crescente apprensione.
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