La Federal Reserve ha deciso ieri di mantenere invariato il tasso sui Fed Funds tra il 5,25% e il 5,50%, in un contesto in cui si rafforzano i timori legati a un possibile scenario di stagflazione. La banca centrale ha confermato l’orientamento attendista, ma ha indicato la possibilità di due tagli dei tassi entro la fine del 2025, segnalati nel consueto dot plot.
Come previsto dai mercati, non ci sono state sorprese sul breve termine, ma i dati aggiornati sulle stime macroeconomiche mostrano un aumento atteso dell’inflazione e una crescita più debole, elementi che accrescono l’incertezza. Il presidente Jerome Powell ha ribadito che la Fed aspetterà segnali più chiari prima di cambiare rotta, ma ha ammesso che la crescita “rallenterà prima o poi”.
Nuove proiezioni Fed: crescita più bassa, inflazione più alta
Secondo le previsioni economiche aggiornate del FOMC, il PIL USA crescerà solo dell’1,4% nel 2025, in calo rispetto all’1,7% stimato a marzo. Contestualmente, l’inflazione (PCE) è stata rivista al rialzo al 3% e il core PCE al 3,1%. La disoccupazione è attesa in lieve aumento al 4,5%.
Nonostante queste revisioni, il linguaggio ufficiale della Fed è rimasto pressoché identico a quello della riunione di maggio, sottolineando una crescita ancora solida, un mercato del lavoro robusto e un’inflazione moderatamente elevata. Tuttavia, Powell ha accennato alla possibilità che l’effetto dei nuovi dazi commerciali possa influenzare i prezzi nei prossimi mesi.
Dazi, tensioni globali e lo spettro stagflazione
Powell ha citato tra i principali rischi lo scenario generato dai dazi commerciali al 50% con la Cina, già concordati, e i negoziati ancora in stallo con Giappone ed Europa. Gli analisti avvertono che l’aumento delle tariffe potrebbe alimentare una spirale inflattiva senza compensazioni reali sul fronte della crescita: un mix stagflazionistico temuto ma ancora evitabile.
In questo contesto, Powell ha chiarito che la Fed preferisce restare ferma finché non avrà maggiore visibilità sull’evoluzione dell’economia e degli effetti delle politiche fiscali. Tuttavia, i dati recenti sul lavoro e sui consumi cominciano a delineare una fase meno brillante: disoccupazione di lunga durata in aumento, licenziamenti in crescita, calo delle vendite al dettaglio (-0,8% a maggio) e mercato immobiliare in forte contrazione.
Trump torna all’attacco: “Powell stupido, servono tassi più bassi”
Le parole di Trump sono arrivate puntuali e taglienti: il presidente ha definito Powell “stupido” per non aver già tagliato i tassi di almeno 200 punti base, accusandolo di immobilismo. Alla base dello scontro c’è anche un nodo cruciale: il costo del debito USA, che ha raggiunto i 36.000 miliardi di dollari.
Secondo Trump, mantenere i tassi così elevati è insostenibile, soprattutto considerando che gli interessi sul debito pubblico potrebbero toccare i 1.200 miliardi di dollari nel 2025. Se venisse approvato il “Big Beautiful Bill” — un nuovo maxi-piano di spesa — il deficit annuo potrebbe sfiorare i 2.000 miliardi di dollari, pari a oltre il 6% del PIL.
I Treasury USA iniziano a scontare la recessione, non più la stagflazione
Mentre i toni tra Fed e Casa Bianca si inaspriscono, il mercato obbligazionario sta già muovendosi. Dopo settimane in cui i rendimenti del Treasury a 30 anni oscillavano tra il 5% e il 5,20%, da circa dieci giorni assistiamo a una graduale discesa dei tassi, nonostante l’aumento del prezzo del petrolio.
Questo comportamento dei mercati suggerisce che gli operatori stiano iniziando a prezzare una recessione più che una stagflazione. Visti i consueti 3–6 mesi di anticipo con cui i mercati anticipano l’economia reale, il periodo critico sarà tra il terzo e il quarto trimestre 2025.

